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Gabbiani sulla spiaggia

Essere, non fare


  • Alessandra Lodolo
  • 3 mag
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 5 mag

Dalla tensegrità biologica alla pratica biodinamica

appunti da un seminario di Biodinamica Craniosacrale con Katherine Ukleja

Durante il seminario di biodinamica craniosacrale con Katherine Ukleja tenutosi a Tirrenia lo scorso 23-26 aprile é emerso con chiarezza un principio tanto semplice quanto difficile da incarnare: il nostro lavoro non si fonda sul fare, ma sull’essere.


una stabilità silenziosa cui l’altro può affidarsi.

Il sostegno nasce dall’ascolto: non un ascolto necessariamente tecnico, ma una presenza capace di accogliere senza intervenire. Un’immagine lo restituisce con immediatezza: “Like a bridge over troubled water”(Simon & Garfunkel), una stabilità silenziosa cui l’altro può affidarsi.


In questo spazio, comprendere non significa analizzare, ma avvicinarsi gradualmente alla densità del sistema — fluidi, tessuti — fino a permettere un’apertura. È un processo che non può essere forzato e che si fonda su due qualità essenziali: semplicità e leggerezza del tocco.


Paradossalmente, ciò che sappiamo rischia di ostacolare ciò che possiamo sentire.

Proprio qui emerge una difficoltà centrale per l’operatore: essere saturi di nozioni e protocolli. Paradossalmente, ciò che sappiamo rischia di ostacolare ciò che possiamo sentire. Recuperare la spontaneità del dialogo tra operatore e ricevente implica un passaggio: lasciare spazio.

L’operatore diventa sostegno attraverso un contatto gentile e un ascolto profondo. Il ricevente, invece, entra in una condizione di affidamento. È da questo incontro che il sistema può orientarsi verso il sano, qualcosa di intrinseco, non imposto dal trattamento.


ciò che conta è la qualità del campo relazionale

In questo contesto, il linguaggio tecnico perde centralità. Non è utile parlare di “stillpoint” o di cambiamento olistico: ciò che conta è la qualità del campo relazionale, fondato su empatia, presenza e capacità di accogliere. 


La Biodinamica invita così a indagare la Quiete, non come assenza ma come spazio fertile. Un luogo in cui il sistema può riorganizzarsi e in cui emerge una riconnessione più profonda con la vita.

Il concetto di Quiete non é uno stato astratto o esclusivamente meditativo, ma una condizione concreta dell’organismo. Una qualità fisiologica in cui il sistema può rallentare, ridurre il rumore di fondo e ritrovare margini di autoregolazione. In questa prospettiva, la quiete è spazio attivo. Un tempo necessario perché i processi profondi possano riemergere senza interferenze.


È proprio in stati di quiete fisiologica che diventa possibile un riequilibrio

Alcuni modelli in ambito scientifico offrono una chiave di lettura interessante. Le ricerche sulla matrice extracellulare descrivono come il tessuto connettivo costituisca un sistema dinamico di comunicazione e scambio, sensibile alle condizioni meccaniche e biochimiche del corpo.

In condizioni di sovraccarico o stimolazione continua, questo sistema può perdere parte della sua capacità di regolazione. È proprio in stati di quiete fisiologica che diventa possibile un riequilibrio: una sorta di “reset” funzionale, in cui la matrice recupera fluidità e capacità di trasmissione.


il corpo come sistema capace di autoregolare i suoi processi di integrazione e guarigione, una profonda intelligenza sistemica corpo-mente

L’esperienza biodinamica lavora quindi attraverso l’ascolto di un sistema interconnesso e adattivo, per creare le condizioni affinché il corpo possa fare ciò che, in fondo, sa già fare. 

Ne emerge prepotentemente un’immagine: il corpo come sistema capace di autoregolare i suoi processi di integrazione e guarigione, una profonda intelligenza sistemica corpo-mente. 


a sostegno di questa intelligenza non attraverso l’intervento, ma attraverso la qualità della presenza.

Tra Biomeccanica e Biodinamica: essere a sostegno di questa intelligenza non attraverso l’intervento, ma attraverso la qualità della presenza.  


Per dirla con una frase di Franklyn Sills, “Questa esperienza ha segnato un cambiamento importante nella comprensione del lavoro: della natura della guarigione e - per dirla tutta - della vita stessa”. 


A. L.


seminario il Tocco 2026 con Katherine Ukleja
Touch is the primary tool of craniosacral therapists. Dr Sutherland, the originator of cranial osteopathy, frequently talked about ‘wise, seeing, feeling, thinking fingers’ and was convinced that ‘finger-seeing is the only possibility for reading diagnostic messages from the body’. (K. Ukleja)
Associazione Craniosacrale Italia


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